Due fratelli, legati in maniera quasi morbosa. Un incidente in auto e l’entrata in scena di una donna perfetta, sensuale e profondamente misteriosa. Un passato nebuloso, tra divi del cinema e backstage. un senso di pericolo, di tensione, serpeggia per le pagine di questo morire un po’ di Meg Abbot.

La protagonista, lora, donna semplice e dalla visione del monde pura ed ingenua, si ritrova ogni giorno a scoprire quanto il marcio possa annidarsi vicino a lei. muore ogni giorno un po’, si spegne. è un rombo assordante, la torbida realtà che corrompe la sua vita.
«Vieni, ti porto a casa,» dice lui. Le ginocchia mi fanno male sulla moquette.
Afferro la sua mano e mentre mi aiuta ad alzarmi penso che il
peccato non è mai stato così bello. Chi è quest’uomo? E, mentre la
sua mano sfiora casualmente la mia anca, il mio fianco, che cosa ho
appena scoperto, un semplice vizio o qualcosa di più?
Comincia così, l’indagine. la scoperta. la ricerca di un filo logico tra passato e presente. tra persone vicine a lei eppure lontanissime.
Lora non sa come uscire da questo turbinio di eventi se non investigare.
Così Meg Abbott ci racconta la storia di una famiglia americana negli anni ’50, tra party esclusivi, all’ombra di Hollywood.
Ci porta ad un passo dall’abisso e ci lascia cadere. Almeno un po’.
Una storia dove la pupa sa impugnare una pistola (enon ha paura di usarla). Dove il poliziotto è davvero troppo buono e l’eroina è corruttibile ma soltanto un pochino.
