J.T. LeRoy: di come abbiamo voluto credere a una bugia bellissima

Negli anni 2000 tutti amavamo uno scrittore che non esisteva. La vera storia di JT LeRoy, tra bugia, identità e un mercato editoriale che ci è cascato in pieno.

Erano quegli anni in cui o eri tamarro o cercavi il senso della vita nei testi di Kurt Cobain e nelle parole di poeti maledetti e morti giovani. Io ero nella seconda categoria, più o meno. Ero quella vestita di nero che girava per cimiteri a far foto, comprava libri usati nelle librerie di remainders e accendeva candele ascoltando i Depeche Mode perché hei, accendere l’abat jour era troppo banale. Ma io sono anche stata un’adolescente cresciuta a Torino, e chi conosce la Torino degli anni ’90 sa di cosa parlo.

Tra un film di Gus Van Sant, le interviste biascicate di Asia Argento e Isabella Santacroce e i video ipnotici dei Placebo su MTV, uno scrittore americano minuto, biondo, con grandi occhiali e l’aspetto androgino aveva attirato la mia attenzione, ma soprattutto l’attenzione della critica internazionale, diventando il feticcio di artisti grunge e trasgressivi come Courtney Love, Billy Corgan, Winona Ryder e moltissimi altri.

Courtney Love, J.T. Leroy, Laura Albert

Io ne ero attratta e al tempo stesso infastidita, le sue storie erano veramente troppo, per farvi capire, mi faceva l’effetto di Una vita come tante, ma reale. Ma lo era davvero, reale? E come aveva imparato a scrivere così? Insomma, mi facevo un sacco di domande. Fino a quando il caso esplose.

La leggenda di Jeremiah Terminator Leroy

Partiamo dalla leggenda, perché di questo si tratta, prima ancora che di un caso editoriale: una leggenda costruita abbastanza bene da farci cascare un sacco di persone.

Jeremiah nasce nel 1980 in un paesino della Virginia dell’Ovest. Madre quindicenne, Sarah. Un’infanzia fatta di roulotte, autostrade, adulti sbagliati al momento sbagliato.

A tredici anni, abbandonato, viene raccolto da due musicisti falliti, Speedy e Astor. Su consiglio del terapeuta inizia a scrivere. I primi racconti li firma “Terminator”. Poi qualcuno gli suggerisce un nome più letterario, più da copertina: JT LeRoy. Il resto, come si dice, è storia. Falsa, ma questo ancora non lo sa nessuno.

Dennis Cooper lo scopre e lo lancia. Escono Sarah e Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, e diventano un caso enorme, non un successo di nicchia da addetti ai lavori: proprio il tipo di libro di cui tutti parlavano alle cene, con quel misto di fascino e imbarazzo che si riserva alle storie vere troppo estreme per essere reali. E infatti.

Il tipo di storia che i festival letterari adorano, in cui i moderatori hanno occhi lucidi e labbro tremolante.

Winona Ryder, Bono, Tom Waits, Lou Reed, Courtney Love: fanno la fila per conoscerlo, proteggerlo, chiamarlo di notte a raccontargli i loro segreti come se lui fosse il confessore designato di un’intera generazione di celebrità. Chi non si sarebbe innamorata di un ragazzino ferito, geniale, con la voce sempre un po’ incerta al telefono?

In pubblico si fa vedere pochissimo. Quando appare indossa una parrucca bionda, occhiali scuri che gli coprono metà faccia, l’aria sfuggente, la testa bassa. Timidezza da sopravvissuto, dicevano tutti. O forse solo la paura di essere beccat* o di dire la cosa sbagliata.

Asia Argento se ne innamora al punto da portare il secondo libro sul grande schermo. Cannes, red carpet, un cast con Michael Pitt e Winona Ryder. Il sogno americano della finzione letteraria, arrivato dritto in Costa Azzurra, con tanto di fotografi che immortalano un personaggio che non esisteva mentre cammina su un tappeto rosso vero.

J.T. Leroy e Asia Argento

Poi, il 2006. Due inchieste del New York Times smontano tutto in poche settimane. JT LeRoy non è mai esistito. Non era timido, non era malato, non era nemmeno un ragazzo.

Dietro ai libri c’è Laura Albert, scrittrice di quarant’anni scartata da ogni editore per anni, che aveva trovato nell’invenzione di un adolescente sopravvissuto l’unico modo per farsi ascoltare. E chi si è seduta ai tavoli, ha stretto le mani, ha baciato Michael Pitt in un parcheggio davanti ai fotografi, è Savannah Knoop, sua cognata, per sei anni prestata a un personaggio che non era il suo.

Truffa o operazione letteraria sull’identità? Albert ha sempre risposto la stessa cosa: era l’unico modo che aveva per raccontare quella storia. Vero o no, resta la domanda più interessante di tutta la vicenda, quella che nessuna inchiesta di giornale può davvero chiudere. Come abbiamo fatto a cascarci?

Anni dopo, Savannah scrive un memoir tutto suo, Girl Boy Girl, diventato il film JT LeRoy con Kristen Stewart. Lei, stavolta, firma con il proprio nome.

Laura Albert oggi ha poco più di 5mila follower su Instagram, e nessuna delle vecchie amiche famose la segue più. Sotto una foto, tempo fa, ha scritto che tutti dovrebbero avere il loro quarto d’ora da JT LeRoym ma non so sinceramente se sia proprio così. Sicuramente lei è riuscita ad arrivare in luoghi, veri o fittizi che siano, che in pochi hanno potuto sperimentare.

Forse è proprio questo il punto. Non la bugia in sé, ma quanto disperatamente tutti quanti, editori, celebrità, lettori, ne avessimo bisogno. Perché in fondo siamo morbosi e in cerca di storie che ci sembrino troppo orribili per essere vere.

Grazie Terminator per averci fatto credere in una bellissima bugia.

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