Girasoli, Catrinel Marlon

Italia, 2023

Drammatico

Durata 97′

1963. La giovane infermiera Anna prende servizio nel reparto minorile di un manicomio. Qui conosce e si affeziona alla dolce Lucia, quindicenne schizofrenica. Sullo sfondo di una lotta non priva di colpi fra la dottoressa Marie e il rigido dottor Oreste per le nuove cure sperimentali, il rapporto fra Anna e Lucia si infittisce, costringendo entrambe a scelte decisive per le rispettive vite.

Anni ’60, ci troviamo in un manicomio, il Santa Teresa di Lisieux. La giovane Anna prende servizio presso l’istituto come infermiera. Anna, che ha 18 anni ed è un’orfana cresciuta in un istituto religioso, viene assegnata al padiglione 90, quello dei bambini ed è lì che incontra l’altra protagonista del film, Lucia. Lucia ha 15 anni, è schizofrenica e orfana di padre. Lucia viene anche contesa tra due psichiatri con idee molto differenti tra loro: il dottor Oreste Gentile ha un approccio tradizionale a suon di detenzione e psicofarmaci, la dottoressa Marie D’Amico invece intende provare una nuova strada, quella promossa da Basaglia che inserisce un percorso psicoterapico di ascolto e socialità del paziente. Lucia si ritrova per la prima volta ad affrontare sè stessa come essere umano e non come “pazza” e a scoprire sentimenti mai sentiti prima di amore e speranza.

La storia che la regista Catrinel Marlon al suo esordio qui al 41° Torino Film Festival racconta è una storia d’amore ambientata nei manicomi negli anni ’60. Marlon stessa dice che “Girasoli non è una storia che parla di follia, né racconta i manicomi così come siamo stati abituati a vederli. È la storia di un amore impossibile, che nasce per caso tra le mura di un ospedale psichiatrico e sopravvive fino a oggi (…)”. E allora perché ho sentito sì, il malessere di una condizione umana impossibile da sopportare ma anche il disagio per le troppe ingenuità stilistiche?

Tanti, troppi elementi buttati in un calderone che non portano a nulla nella trama. I personaggi, Aquila su tutti ma anche le suore e le colleghe inferrmiere di Anna, rischiano troppo spesso di diventare macchiette negli stentati e limitanti dialoghi. I bambini del padiglione 90 che avrebbero dovuto essere il cuore pulsante del film, rimangono bimbi sperduti come quelli di Peter Pan ma ridotti a vuote figurine a riempire spazi inadeguati. Troppo neoralismo in un film che ne avrebbe forse guadagnato da uno sguardo più sognante e favolistico.

Un cinema manieristico di cui personalmente non sentivo il bisogno.

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